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Radio Paradise Vibrazioni di un altro livello
Vent’anni. Abbiamo aspettato vent’anni per rivedere Miranda Priestly scendere da una Mercedes nera con lo sguardo che gela il sangue. E alla fine, cosa abbiamo ottenuto? Un sequel che, per quanto patinato e “giusto” nel ritmo, sembra aver smarrito l’anima graffiante dell’originale.
Se leggete in giro, vedrete voti altissimi e grida al miracolo. Io, però, volo basso: VOTO GENERALE 6+. E vi spiego perché questo “più” è solo un premio alla carriera per Meryl Streep, non alla sceneggiatura.
Il problema principale è lei. Nel primo film, Miranda era una forza della natura, un’entità che non dava spiegazioni. In questo sequel, sembra che il politically correct e la “maturità” abbiano annacquato il personaggio. Miranda si piega. Peggio: spiega perché si deve piegare. La vediamo giustificare le sue scelte strategiche di fronte alla crisi dell’editoria e all’avanzata del digitale (e dell’IA, tema caldissimo nel film). Il fascino del diavolo stava nel suo mistero e nella sua spietata coerenza; vederla quasi cercare una “comprensione” dal pubblico o dai suoi collaboratori la rende umana, certo, ma le toglie quell’aura iconica che l’ha resa leggenda. Se il Diavolo inizia a darti le ragioni dell’inferno, smette di farti paura.
C’è un retroscena che molti ignorano: il film che abbiamo visto in sala non è esattamente quello che era stato pensato. Si rincorrono voci (confermate da diversi insider) su scene pesantemente modificate dopo le proiezioni di prova. Pare che il finale originale fosse molto più cupo e “cinico”, quasi un tradimento totale tra Andy e Miranda. Tuttavia, il pubblico dei test screening voleva il “conforto”, la nostalgia, il lieto fine. Risultato? Hanno smussato gli angoli, tagliato i momenti più taglienti (pare sia sparito persino un cameo di Sydney Sweeney che avrebbe dovuto scuotere gli equilibri) e ci hanno consegnato una versione “light”. Questo potrebbe aver inciso tantissimo: il film scorre via senza veri scossoni, lasciando quella sensazione di “poteva essere, ma non è stato”.
Andy (Anne Hathaway): È cresciuta, è una giornalista affermata, ma il suo ritorno nell’orbita di Miranda sembra forzato. Perché una donna che ha gettato il cellulare nella fontana di Place de la Concorde dovrebbe rimettersi al servizio di chi l’ha quasi distrutta? La sceneggiatura prova a dare una risposta professionale, ma sa di pretesto.
Emily (Emily Blunt): Resta il raggio di sole cinico del film, ma il suo arco narrativo è un po’ un “copia e incolla” del passato, con meno mordente.
I Buchi: Il passaggio di Miranda dal controllo totale alla quasi-resa davanti ai nuovi board aziendali è troppo repentino. Ci sono salti logici nella gestione delle crisi mediatiche che vengono risolti con una battuta sagace invece che con una vera strategia.
Il Diavolo veste Prada 2 è un’operazione nostalgia riuscita a metà. È un film piacevole, con abiti meravigliosi e una colonna sonora pop perfetta, ma manca di quel veleno che rendeva l’originale un cult. Se cercate la Miranda che distrugge carriere con un battito di ciglia, rimarrete delusi. Qui troviamo una Miranda che chiede quasi il permesso di restare sul trono.
Voto: 6+ (Solo perché Meryl Streep resta immensa, anche quando le scrivono battute troppo tenere).
Scritto da: Teodor Valcu